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Chi affronta una dipendenza dal gioco conosce bene quella sensazione: un desiderio improvviso, intenso, quasi irresistibile di tornare a giocare. Arriva senza preavviso, occupa tutto lo spazio mentale disponibile, e per qualche minuto sembra l’unica cosa che conti.
Questo fenomeno ha un nome preciso: craving. Capirlo è fondamentale per imparare a gestirlo, e gestirlo è una delle abilità più importanti sia per chi vuole smettere sia per chi ha già smesso e vuole evitare una ricaduta.
In questa pagina spieghiamo che cos’è il craving, come si manifesta, cosa lo fa partire, e quali strategie concrete aiutano ad attraversarlo senza cedere. Diciamo anche, dove serve, che cosa la ricerca non sa ancora perché su questo argomento circolano numeri che nessuno ha mai misurato davvero.
Il termine inglese craving indica il desiderio compulsivo di mettere in atto un comportamento: in questo caso, giocare. Non è una semplice voglia. È un impulso forte, spesso accompagnato da tensione, agitazione e pensieri ricorrenti, che si impone sull’attenzione anche quando si sta facendo altro. È uno dei meccanismi centrali di ogni dipendenza, ed è legato al modo in cui il gioco agisce sui circuiti cerebrali della ricompensa.
C’è una cosa che vale la pena sapere, perché aiuta a capire perché se ne parli così poco. Il craving è un criterio diagnostico ufficiale per i disturbi da uso di sostanze nel DSM-5, il manuale di riferimento della psichiatria. Per il disturbo da gioco d’azzardo non lo è: fra i criteri diagnostici non compare. Non perché non esista ma perché il gioco d’azzardo è stato riconosciuto come dipendenza comportamentale più di recente, e il dibattito su quali criteri includere è ancora aperto. Una revisione sistematica pubblicata nel 2023 sul Journal of Behavioral Addictions, che ha esaminato 62 studi sul craving nel gioco, si conclude proprio con l’invito a valutarne l’inserimento.
Detto in pratica: se ti è capitato di descrivere il craving a qualcuno e di sentirti rispondere che “è solo questione di volontà”, ora sai anche perché è così poco riconosciuto. Non è una tua impressione.
Nell’immaginario comune il craving è soprattutto una cosa del corpo: le mani che sudano, il cuore che accelera, l’agitazione fisica. Per il gioco d’azzardo, i dati dicono qualcosa di diverso.
Nello studio più dettagliato sulla fenomenologia del craving da gioco (31 giocatori abituali intervistati in Belgio nel 2018) la componente fisica è la meno presente.
È un’informazione utile per due motivi.
Il craving arriva raramente senza un motivo. Riconoscere i propri inneschi è il primo passo per gestirli, e su questo la ricerca è più solida che sul resto.
Riassumendo, i tipi di innesco da conoscere:
| Tipo di innesco | Esempi | Quanto è citato |
|---|---|---|
| Emozioni positive | Euforia, entusiasmo, buonumore, una bella notizia | 81% |
| Emozioni negative | Stress, noia, solitudine, rabbia, tristezza | 48% |
| Segnali esterni | Pubblicità (55%), discorsi o eventi sportivi (42%), suoni e parole del gioco, luoghi | 94% nel complesso |
| Immagini e pensieri | Immaginare la vincita, fare conti mentali, pensare a cosa farne | 74% e 65% |
| Situazioni e abitudini | Momenti della giornata, luoghi o compagnie legati al gioco | |
| Disponibilità di denaro | Avere contante o accesso immediato ai conti |
Questa è la domanda che si fanno tutti, e merita una risposta sincera: nessuno lo ha misurato.
Quello che si può dire con onestà è questo. Il craving è temporaneo. Non cresce all’infinito: sale, raggiunge un picco e poi cala, e cala da solo se non gli si dà seguito. Chi convive con una dipendenza da anni lo riconosce: nessuno resta al massimo dell’intensità per ore. È la ragione per cui la strategia più usata, in clinica, è semplicemente rimandare la decisione, non decidere adesso.
In psicologia questo approccio si chiama urge surfing, cavalcare l’onda: invece di combattere l’impulso, lo si osserva come un’onda che passa, aspettando che si abbassi da sé. È una tecnica nata nei programmi di prevenzione delle ricadute e oggi inclusa negli interventi basati sulla mindfulness; come metodo funziona a prescindere dal fatto che l’onda duri sei minuti o quaranta, perché quello che chiede è di non agire, non di cronometrare.
Non esiste una tecnica che spenga il craving all’istante. Esistono però mosse che, ripetute, riducono la probabilità di cedere. Sono tutte molto concrete, ed è voluto: come abbiamo visto sopra, il craving è fatto soprattutto di immagini mentali, e le immagini mentali si interrompono facendo qualcosa, non pensando di smettere di pensarci.
Strumento
Carta del craving
Se la voglia di giocare è arrivata adesso, parti dal timer. Se stai bene, scorri in fondo e prepara le tue mosse: le ritroverai qui sopra la prossima volta.
Prendi tempo
Aspetta quindici minuti prima di decidere
Non devi decidere di smettere per sempre. Devi solo non decidere adesso.
Se vuoi parlarne con qualcuno, adesso
Entrambi anonimi e gratuiti, da fisso e da cellulare.
Questo strumento non sostituisce una valutazione clinica. Se il craving è frequente o difficile da gestire, un Ser.D o uno psicoterapeuta insegnano tecniche specifiche.
Percentuali sugli inneschi: Cornil A. et al., Exploring gambling craving through the elaborated intrusion theory of desire, International Gambling Studies, 2018 — 31 giocatori abituali, campione non clinico.
Saper riconoscere e gestire il craving è una delle chiavi per prevenire le ricadute: molto spesso la ricaduta è la conseguenza di un craving non affrontato.
Uno studio australiano ha seguito 97 giocatori abituali per quattro settimane, chiedendo loro più volte al giorno come stavano e cosa stavano facendo, oltre cinquemila rilevazioni in tutto. Il risultato: nei momenti in cui riferivano craving, la probabilità di giocare era circa il doppio. Lo stesso studio ha trovato che chi si sentiva più capace di gestire il proprio desiderio spendeva meno. Sono due informazioni utili insieme:
Una buona notizia per chiudere, e stavolta con un dato dietro. Uno studio canadese ha seguito per due anni 161 persone che si erano autoescluse dai casinò, con controlli a 6, 12, 18 e 24 mesi: nel corso dei follow-up il desiderio di giocare si è ridotto in modo significativo, mentre la percezione di avere il controllo è aumentata. Il craving, insomma, tende davvero a diventare meno frequente e meno intenso con il tempo e l’astinenza. Non sparisce dall’oggi al domani, e nei primi mesi può essere molto presente: ma il cervello si riadatta, e questo è misurato, non sperato.
Il craving si affronta da soli finché si riesce. Ci sono situazioni in cui conviene smettere di provarci da soli:
Il posto dove andare, in Italia, è il Ser.D della propria ASL: è gratuito, non serve impegnativa e si può andare anche solo per un colloquio. In alternativa, uno psicoterapeuta con esperienza in dipendenze.
Sensibilizziamo le persone riguardo il la dipendenza da gioco d’azzardo, fornendo consigli per affrontarlo.
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